Il deserto prima di ogni oasi

Vivere nel deserto è duro: e il peggio è pensare che non ci sia un futuro diverso da quello del campo profughi. Con molta tenacia i Saharawi, il popolo del vento hanno dato vita ad un’organizzazione sociale straordinaria: hanno costruito scuole che permettono di istruire i ragazzi fino ai 18 anni, hanno ospedali per assistere i malati provvedendo anche alla fabbricazione di farmaci, hanno messo su un’amministrazione capillare che va dal presidente fino ai comitati di quartiere, realizzando un sistema democratico del tutto simile a quelli occidentali. E possono anche vantare di aver costruito un modello di tipo socialista: a tutti viene distribuito secondo le proprie necessità. Non si sono limitati a ricevere assistenza dall’estero, ma hanno cercato di far da sé: sono state costruite delle serre per coltivare nel deserto, anche se la produzione è ben lungi dal soddisfare le loro esigenze alimentari. Praticano la pastorizia e fuori dai campi hanno costruito dei recinti per tenere capre e cammelli, elementi della loro alimentazione. Il motore di tutta questa organizzazione sono le donne. Con gli uomini assenti perché al fronte a presidiare le proprie posizioni, le donne svolgono tutti i lavori e ricoprono gli incarichi importanti all’interno dei campi: sono loro che si occupano di comitati, della distribuzione degli aiuti umanitari, che si fanno carico dell’insegnamento e della cura dei malati negli ospedali dei campi.

Per i Saharawi l’ospitalità è sacra: dividono con gli stranieri tutto quello che hanno. Sanno che la libertà non è un regalo ma il risultato dei propri sforzi e dei propri sacrifici.

Il deserto prima di ogni oasi

Temprati sa secoli di vita nomade hanno un proverbio che spiega la loro filosofia della vita: “prima di ogni oasi c’è un deserto da affrontare”. La pazienza si riflette in molte abitudini: il tè, per esempio, è un rito, si consuma all’ombra delle tende, insieme a parenti ed amici. La cerimonia del tè racchiude il senso della loro ospitalità. Fare il tè aiuta cosi’ a trascorrere il temp nell’immutabilità del deserto coltivando le relazioni sociali. Il tè diventa metafora della vita: si prepara tre volte facendo attenzione a formare una densa schiuma, lo si fa cadere dall’alto ed gni volta è più zuccherato. Loro dicono: il primo è amaro come la vita, i lsecondo è dolce come l’amore, il terzo è soave come la morte.

Questo detto mostra che non hanno paura di riprendere la loro lotta, esasperati dalla mancanza di un orizzonte, soprattutto i pi giovani.

La sera, po, prima di ritirarsi a dormire, ci si riunisce a guardare la televisione (chi ne ha una) alimentata da batterie elettriche caricate il giorno coi pannelli solari. Vedono Al Jazeera, che per loro è l’unica finestra sul mondo. Il velo portato dalle donne è ricco di significati. Serve prima di tutto a proteggersi dal sole. Per loro la bellezza si esprime con la pelle chiara. Si coprono quasi per timidezza: quando ballano si velano il volto, in modo tale da poter osservare gli uomini attraverso il finissimo tessuto, consapevoli di non essere viste. La stessa sensualità nel ballo è espressa dal movimento delle mani, come a confermare ulteriormente la loro riservatezza.

Nei campi si abita in tende, per vivere consapevolmente la transitorietà della propria condizione di profughi, anche se negli ultimi anni, dopo il fallimento del piano Baker, hanno incominciato a costruire delle case d’argilla. Il nemico principale, strano a dirlo, è la pioggia: sono rarissimi i temporali da queste parti, ma quando si scatenano dissolvono le abitazioni, gli ospedali e le scuole.

I campi – sono in tutto quattro – sono organizzati come vere e proprie città. Hanno gli stessi nomi delle loro città d’origine: El Ayoun, Smara, Auserd e Dakhla. L’unità amministrativa più grande è la wilaya, che corrisponde alla nostra provincia; ogni wilaya comprende 6 o 7 darias al cui interno è possibile risalire fino al barrio al cui interno si formano i comitati di quartiere. I campi non sono vicini: possono distare anche 15 chilometri l’uno dall’altro. Questo avviene per rendere più difficile un eventuale attacco dell’esercito marocchino. Oggi sono molti i Saharawi che vanno all’estero a ricevere istruzione, soprattutto a Cuba ed in Spagna, nelle cui università si formano dottori, ingegneri, agronomi ed insegnanti. Il legame con la loro terra e la loro causa è pero’ cosi’ forte che tutti tornano nei campi per mettere la propria esperienza al servizio della gente. Ritornare a volte è un peso, tuttavia sono pochi quelli che non fanno ritorno a casa.

Quando si viene qui nel deserto ad incontrare questo popolo straordinario viene fatto di chiedersi: che possiamo fare per loro? I Saharawi aspettano d tornare nella propria terra. Loro non praticano il terrorismo, ma confidano nella legalità internazionale, nei rapporti amichevoli tra Stati, nella diplomazia. In questi anni di guerra l’esempio dei Saharawi ci serve per ricordare come siano falsi gli stereotipi che vogliono contrapporre l’Occidente all’Islam. Esiste un popolo che rifiuta il terrorismo, dà ampio spazio alle donne nella società, vede nell’Occidente un modello importante senza per questo rinnegare la propria cultura, le proprie traduzioni, i propri legami. Un insegnante un giorno mi ha detto: “La prima cosa che ci viene insegnata è il rispetto per gli altri. Ci insegnano che quando finisce la libertà dell’altro inizia la tua… sono principi semplici ma importanti”. Chi vede nell’Islam un nemico non conosce i Saharawi e non conosce il valore della loro lotta per l’indipendenza. Bisogna fargliela conoscere. Questo possiamo fare.

Un combattente del Fronte Polisario mi ha detto: “Non amiamo la guerra ma siamo stati costretti e se capita lo rifaremo per amore della libertà e dell’indipendenza. Abbiamo accettato il cessate il fuoco a nostro discapito. Potevamo continuare la guerra ma per dare una soluzione pacifica abbiamo smesso. Perché il Marocco non viene sanzionato? La comunità internazionale fa qualcosa o lasca a noi il compito di riprenderci il territorio? Abbiamo tempo ma non abbiamo terra”.