All’inseguimento della pietra verde

La Colombia ha conosciuto molti periodi d’abbondanza che vanno sotto il nome di bonanza: la bonanza del tabacco durante la guerra civile americana, quando la diminuzione della produzione della pianta nel nord del continente permise alla Colombia di supplire al deficit di tabacco con la sua produzione; la bonanza del caucciù durante la seconda guerra mondiale, quando le necessità belliche degli alleati determinarono un aumento della domanda di questa materia prima; la bonanza marimbera, legata al traffico di marijuana negli anni ‘70 e la bonanza della cocaina durante gli anni ‘80. Questi periodi d’abbondanza sono stati perciò il risultato di congiunture particolari in cui si è avuto lo sviluppo di un’attività dove molte persone vi si ritrovavano con la speranza di arricchirsi. Una regione ha conosciuto negli anni ‘80 una sua bonanza: la zona smeraldifera di Boyacà, dipartimento vicino Bogotà.

Si trova qui uno dei giacimenti di smeraldi più importanti al mondo attorno alla cittadina di Muzo, un piccolo centro di 9000 abitanti che, durante il suo periodo d’oro, ne contava circa 30.000. Gli smeraldi di Muzo sono molto apprezzati per la purezza ed il colore ed arrivano a Bogotà, dove vengono lavorati ed immessi nel circuito commerciale. Nel centro della capitale colombiana c’è il più grande mercato di smeraldi di strada al mondo dove tra mercatini e passanti vengono effettuate le transazioni. É questo il posto più sicuro di Bogotà: nessuno si azzarderebbe ad aggredire un venditore di smeraldi: ognuno ha una pistola con sé ed il ladro non riuscirebbe ad andare molto lontano. Da qui le pietre finiscono succesivamente nelle gioellerie d’Europa o del Nord America con il prezzo che ad ogni passaggio diventa più alto. La componente del lavoro del cercatore di smeraldi, “esmeraldero”, è una percentuale infima ed una pietra a volte può significare per il cercatore niente più di un pasto, a seconda della qualità della pietra.

Questa risorsa purtroppo non ha portato un’equa distribuzione delle ricchezze ed il grande sviluppo che questi luoghi hanno conosciuto è contrassegnato da contrasti incredibili. Muzo, con le sue miniere di smeraldi, è diventato un vero cimitero d’illusioni. Vi arrivano persone da tutto il paese e anche dall’estero, se è vero che tra i vari cercatori vi è anche uno svizzero. Vengono tutti con l’idea di scrollarsi di dosso la povertà, loro compagna fino nelle baracche costruite al lato delle miniere. Arrivano con l’idea di “enguacarse” e di andarsene presto, ma alla fine c’è chi rimane anche quaranta anni coltivando la stessa illusione.

L’espressione enguacarse deriva dalla parola india guaca, vale a dire tomba, e la loro ricerca si dice guaquería. Cercare le tombe vuol dire, infatti, cercare l’oro al loro interno. E’ un’attività che risale ai tempi della conquista da parte degli spagnoli ed alla sete d’oro che li portava a depredare le tombe delle popolazioni indigene. Gran parte dei tesori archeologici del paese sono stati infatti trafugati da cercatori mossi dalla povertà ed accecati dalla cupidigia. Per analogia con il termine guaquerìa s’intende la ricerca di ricchezze e, nel caso di Muzo, di smeraldi.

I minatori conservano una strana relazione con il mondo indio, una relazione piena di riferimenti non sempre coscienti. Come gli indios, i cercatori rappresentano il gradino più basso di una piramide sociale fortemente escludente. I tesori sarebbero concessi dalle tombe come segno di solidarietà, non appartenendo tuttavia al cercatore, ma alla comunità a cui devono essere ridistribuiti. Quando c’è ambizione l’oro si spaventa e fugge. Si racconta spesso di tombe rinvenute con oggetti pieni di terra e chi non ha avuto l’accortezza di tenerli ha perso una ricchezza perché la terra sarebbe in realtà dell’oro che ha assunto false sembianze per suggire alla cupidigia del cercatore.

Come i tombaroli che cercano ricchezze nelle tombe, così i cercatori di smeraldi arrivano a Muzo a tentare la fortuna con l’idea di trovare la pietra che permetta loro di scrollarsi di dosso la povertà, ma solo pochissimi ci riescono anche per ragioni piuttosto prosaiche. Sono molte le storie di cercatori che, dopo aver trovato una pietra da svariati milioni, si sono recati al paese più vicino ed hanno speso tutto in baldorie. Alla fine, tutti finiscono per tornare alle miniere ad inseguire ancora l’illusione, chiedendo addirittura in prestito il denaro per pagarsi il viaggio di ritorno.

Si compie in questa maniera la “maledizione” india ed il tesoro concesso al cercatore viene così ridistribuito alla comunità. L’ambizione è, infatti, fonte di sciagura e, quando si trova, il tesoro è foriero di sventure inimmaginabili. Sono molti i cercatori che hanno perso la vita dopo aver trovato uno smeraldo. Il cercatore deve trovare la pietra milionaria senza che nessuno lo sappia: al rendere evidente la propria fortuna si rischia, infatti, di perdere molto di più che non la semplice ricchezza. Uccidere e rubare è dopotutto una maniera più facile di arricchirsi che non continuare a cercare e a setacciare. Se viene trovata la pietra, diventa importante saper tacere ed essere discreti nascondendo agli altri la propria scoperta, anche a costo di ingoiarla, per recuperarla in un secondo momento tra l’intimità dei propri bisogni corporali. Per queste ragioni, anche dal punto di vista simbolico, per i cercatori di smeraldi arricchirsi è un’illusione: non vi possono essere cercatori ricchi. L’idea stessa d’arricchirsi con la guaquerìa è una contraddizione in termini. Ma fare il cercatore non è un lavoro come un altro: il cercatore è animato da una passione o forse da un’ossessione che lo condanna ad essere cercatore per tutta la vita.

In queste condizioni l’alcool è ben più che uno svago: l’alcool è il motore stesso della ricerca. Una vita così dura senza una valvola di sfogo non potrebbe essere sopportata a lungo, per questo, nei negozietti che si trovano al lato delle miniere, i prezzi della birra sono più bassi che in città, nonostante l’accesso per i rifornimenti sia ben più difficoltoso. Sono mantenuti artificalmene bassi dagli stessi padroni delle miniere che hanno bisogno di contenere le tensioni. L’importante è che vi sia ordine e sono gli stessi minatori che se ne fanno carico. Non c’è polizia nella zona delle miniere e neanche l’esercito: non servono. Dalla regione gli stessi cercatori hanno cacciato la guerriglia negli anni ‘80 ed oggi sono poche famiglie che esercitano il controllo sulla zona. Lo fanno attraverso i pajaros (uccelli), nome tristemente noto nella storia colombiana e che indicava le milizie protagoniste della guerra civile che negli anni ‘50 hanno insanguinato il paese. Le armi sono bene in evidenza, ma la violenza ha qualche cosa di impalpabile: le questioni vengono risolte al ponte, dove s’intreccia il racconto per bambini di un enorme cane nero che la notte sbrana chi vi si avventura.

E’ un cane che si morde la coda: ragazzi di venti anni arrivano con la speranza di arricchirsi, ma sono perfettamente consapevoli della vanità delle proprie speranze. Coltivano il sogno di andarsene da Muzo, vogliono andare negli Stati Uniti o in Spagna, ma sanno benissimo che non troveranno mai la pietra, lo leggono negli occhi di quelli che da quaranta anni ancora la cercano. Continuano però a sperare ed a cercare l’agognata pietra, il sogno verde. Dal momento che la ricchezza viene dal cielo, è il cielo stesso che si occupa dei minatori. Un ragazzo con la mano fasciata mi mostrala profonda ferita alla mano che si è procurato scavando; quando gli chiedo se non ha paura di prendersi un’infezione e se non sia il caso di farsi vedere da un dottore, mi risponde che non ha bisogno di dottori, che la protezione gli viene da qualche santo in paradiso e che l’unica cosa che importa é trovare la pietra. Non ci sono ferie, non ci si mette in malattia, l’ossessione della ricerca, lei, non conosce pause e non li abbandona mai, neanche quando sono feriti o disperati.

Questo fatalismo porta ad una precarietà delle condizioni di vita ancora più stupefacente. Il livello di speranza è proporzionale al livello di frustrazione. Tutto ciò si riflette nei rapporti sociali tesi, nell’alto consumo d’alcool, nella disarticolazione familiare e comunitaria e nella sfiducia mutua. Tutta l’energia è riposta nella ricerca degli smeraldi, facendo dimenticare altri aspetti importanti della vita come le relazioni umane. Il vedere le proprie speranze frustrate può avere conseguenze deleterie soprattutto per i bambini, perché in tenera età sono le stesse speranze che li motivano e li fanno crescere. Nei quartieri a ridosso delle miniere si riuniscono famiglie intere dedite alla stessa frenesia disperata: gli uomini cercano nelle miniere, mentre le donne ed i bambini si occupano soprattutto di setacciare ciò che viene riportato alla superficie. Il mestiere è tramandato di padre in figlio e tutto quello di cui si ha bisogno sono solo un paio di stivali, di conseguenza c’è la convinzione che mandare i bambini a scuola sia completamente inutile.

L’Organizzazione Internazionale del Lavoro è presente nella zona e cerca di portare avanti, attraverso il programma IPEC, un’attività per offrire una prospettiva agli abitanti e combattere al tempo il lavoro infantile. Uno dei principi seguiti è di sensibilizzare le famiglie sull’importanza della scuola per la costruzione di un futuro e di rafforzare la fiducia tra le persone affinché possano trovare soluzioni collegialmente. L’idea è quella di superare la frammentazione della comunità attraverso la creazione di cooperative per permettere ai cercatori di fare lavori che costituiscano un’entrata supplementare per le famiglie. In questo modo viene meno una delle condizioni che porta al lavoro infantile: la povertà. La cooperativa che stava vedendo la luce, al momento della mia presenza, nel quartiere di “Matecafé”, al lato delle miniere, puntava a costituire un allevamento di quaglie; attività prevedibile, dal momento che nei ristoranti di Muzo le uova di quaglia sono presenti in tutti i menù, ma regolarmente assenti dai piatti perché introvabili. Adesso la cooperativa si è ben consolidata e costituisce un’attività importante per la comunità.

Nonostante tutto però le condizioni restano molto difficili, ed i risultati sono lenti da conseguire. Nel frattempo la vita continua in mezzo all’acqua, al fango ed alle zanzare, alla ricerca di smeraldi, in un paradiso straziato, verde come il sogno che stanno inseguendo.