The Belleville shoemaker

testo di Luca Sebastiani

Bestia com’è può fare solo il ciabattino!” Che scherzi può giocarti il destino. Un giorno qualsiasi ti capita in casa un lontano conoscente ed ecco che la tua vita assume una piega inattesa. In effetti il piccolo Maurice, orfano e malaticcio a causa di una tubercolosi cui era sopravvissuto per miracolo, fino ad allora aveva pascolato le capre e di quelle aveva, oltre che l’ignoranza, anche l’odore. Un puzzo tale che i coetanei lo tenevano a distanza con gragnuole di pietre. Quando un amico di famiglia parlò di un tale conosciuto sul fronte della Grande Guerra che faceva il calzolaio a Parigi, la nonna, che fino a quel momento si era occupata di lui, non ebbe dubbi.

Il destino di Maurice era segnato. In fondo alla corte di un anonimo all’83 della via di Belleville, nel cuore dell’omonimo quartiere che domina Parigi dall’alto della “collina rossa”, Maurice Arnoult, a 100 anni ora suonati, è ancora nel suo atelier tra forme di scarpe e strumenti antichi. Seduto su uno dei quattro sgabelli che circondano un banchetto ricoperto di colle e chiodi sparsi rievoca la sua vita e quella del secolo scorso parla di principesse che ha calzato, di intellettuali e scrittori che ha conosciuto, racconta dell’occupazione nazista. Su un periodo però resta evasivo, reticente: quello in cui, durante l’occupazione nazista salvò alcuni ebrei nascondendoli ed evitando loro la deportazione e la morte certa. Nel 1994 lo stato d’Israele gli ha conferito la medaglia dei Giusti tra le Nazioni e anche Steven Spielberg ha raccolto la sua testimonianza per l’archivio della Shoah, ma Maurice preferisce non parlare del suo eroismo. Gli sembra una cosa da tutti. Semmai, per lui, il vero eroismo è stato riscattare la propria condizione. Piegato dagli anni, ma lo sguardo ancora vivissimo, Monsieur Anroult accumula immagini di una Parigi che sembra quella immortalata dalle foto in bianco e nero di Willy Ronis, suo amico, e racconta di Belleville, questo quartiere multietnico in cui tutta la sua biografia s’iscrive. Qui arrivò dalla provincia con il suo fagottino nel 1922, all’età di 14 anni, senza saper leggere né scrivere. Come in un romanzo di Dickens. Era, allora come oggi, il quartiere degli immigrati. Italiani, ebrei dell’Est, greci e armeni arrivavano “con nient’altro che il loro coraggio nelle valigie”. Per le strade e nei bar si parlavano tutte le lingue insieme, tanto che al giovane Maurice, che ancora non aveva “idea di cosa fosse il francese, capitava di essere corretto da un portoghese mentre parlava spagnolo con un italiano”.

Oggi Monsieur Arnoult ha una laurea in filosofia, è in grado di citare a memoria Dante e di punteggiare la conversazione con citazioni da Leibniz o Hegel. Tutto grazie “a un medico in pensione e un professore di greco che all’inizio degli anni ’20 insegnavano a leggere e a scrivere gratis nel retro di un caffè del quartiere”. Per sette anni, ogni sera dopo il lavoro, Maurice si applicava allo studio e anche in officina, nel cassetto sotto al banco da lavoro, tiene i libri, “laddove gli altri nascondevano i giornali delle corse di cavalli”.

Quando ebbe la possibilità di diventare insegnante preferì continuare il mestiere che Monsieur Ricci, un calzolaio calabrese, gli aveva insegnato. Per conto proprio però, con una bottega tutta sua. Nel ’32 ci aveva provato una prima volta, quando aveva affittato un locale al 72 di via Belleville, nella casa dove era nata Edith Piaf. Gli era andata male. La crisi del ’29 imperversava e anche lui ne aveva fatto le spese. Dopo cinque anni il secondo tentativo e settant’anni dopo, ancora nello steso atelier, può dire che sia stato un successo. A questa bottega di una ventina di metri quadri che riceve la luce da un’unica finestra, sono legati tutti gli aneddoti e le storie che il maestro calzolaio di Belleville racconta con una gentilezza squisita a tutti quelli che lo vengono a trovare. Vivido è il ricordo, ad esempio, di quando Louis Fernand Céline veniva qui, si sedeva su uno dei bassi sgabelli e passava un po’ di tempo “a parlare e inventare. Diceva cose che non pensava, esagerava tutto per mandare il mondo in vacca. Era un attore nato!” Dopo la guerra il “dottor Destouches”, il vero nome dello scrittore, “non parlava mai della Shoah. L’antisemitismo l’aveva portato lontano e se n’era accorto”.

L’autore di Viaggio al termine della notte, e dei feroci pamphlet antisemiti che ne segnarono la reputazione, veniva a Belleville apposta per ritirare le scarpe della moglie Lucette, ballerina. La voce che quassù ci fosse un calzolaio che faceva “scarpe di lusso da donna” si era sparsa un po’ ovunque. Veniva anche la moglie del poeta Louis Aragon,veniva Baladine, madre del pittore Balthus e dello scrittore Pierre Klossowski, con cui Maurice intrecciò un’intensa relazione d’amicizia. Da non credere. Lui, che era “nato tra le capre”, frequentava la casa di lei, “una donna coltissima che intratteneva rapporti epistolari con Rilke o Pasternak”.

Un giorno, tra l’odore di mastice e gli scarti di pelle, a sedersi su quegli sgabelli, venne addirittura una principessa. Monsieur Arnoult tira fuori da un cassetto una lettera manoscritta che Gina, reale del Liechtenstein, gli inviò per ringraziarlo delle scarpe che le aveva confezionato. Che non si creda che racconti “fantasie”.

Quando negli anni sessanta molti dei suoi colleghi cominciarono a trasferirsi verso le strade del lusso parigino, lui decise di restare nel quartiere che gli aveva dato tutto, altrimenti come avrebbe potuto, oggi, “raccontare aneddoti sulle solette di Jean-Paul Sartre e i lacci di Simone de Beauvoir?” Anche loro erano clienti di Maurice, ma il filosofo dell’impegno non andava mai a Belleville, preferiva “starsene sulla Rive Gauche, a Montparnasse”.

Quei tempi sono ormai molto distanti, ma tutti i giorni l’anziano calzolaio si reca ancora nel suo atelier per fare “qualche paio di scarpe qua e  là ai vecchi clienti” e per mettere il suo sapere a disposizione di una manciata di ragazze che vengono da lui per apprendere a fare “calzature a mano dalla A alla Z”.

Oggi il maestro Arnoult, nato nel 1908, con la sua rubrica di più di 2000 clienti calzati e un così vasto libro della memoria, può ben dire di aver fatto le scarpe a un secolo.